mercoledì 9 novembre 2011

2

Sono passate quattro settimane da quel giorno e se all'inizio la parziale mancata realizzazione dell'accaduto e la tensione mi hanno tenuta in piedi (il lunedì seguente ero già in aula a magna a sostenere un compito di fisica), ben presto è arrivato il momento o meglio sono arrivati i momenti in cui ho dovuto fare i conti con me stessa.
Non so dire come sono stata e come sto, so solo che la cosa più spaventosa di un dolore così grande è che non lo percepisci mai davvero, non ne sei consapevole: ti avvolge, ti stritola, ti schiaccia, ti toglie quel respiro con cui potresti piangere.
Mi sono sempre sentita in dovere di farmi vedere dagli altri forte e coraggiosa: con mio padre quando si è ammalato, con mio fratello ma soprattutto con mia madre quando papà e morto, terrorizzata dall'idea che anche solo uno di loro potesse cedere.
I primi tempi dopo che è mancato ho pianto poco, anche da sola, non so dire perchè ma gli occhi mi incominciavano a bruciare solo quando qualcuno veniva verso di me per abbracciarmi e farmi le condoglianze sentendomi però subito in dovere di confortare chi in lacrime annaspava in cerca di una parola di conforto. Odio essere commiserata e anche papà lo odiava. Detesto quell'espressione: la faccia di chi sta pensando "poverina"e trovarmela davanti prima di irritarmi mi fa provare una sensazione molto simile all'imbarazzo e ciò mi mette terribilmente a disagio. La frase più odiosa? "Ora ti vedrà sempre", che più che confortante diventa irritante per una razionalista atea convinta come me. Mi piacerebbe riuscire ad avere una fede ma non ci riesco, per quanto invidi chi riesce ad essere credente la vedo come una specie di consolazione, una risposta forzata alle cose inspiegabili, accettata da chi non è capace di resistere con le proprie forze ai colpi della vita.
Credo in una cosa soltanto: il ricordo. Nessuno muore se resta vivo il ricordo di chi lo ama; se sei stato amato non importa quanto tu abbia fatto il modesto durante la vita: sarai immortale. Mio padre sosteneva di essere uno stronzo e di avere un carattere orribile ma una chiesa piena di persone in lacrime lo ha smentito. Quando ho visto quanta gente gli voleva bene ho capito che uomo straordinario mi aveva cresciuta e sono stata fiera più che mai nella mia vita di assomigliargli e di essere stata da lui venerata per 18 anni.
Mi ha sgridata, criticata, messa in castigo e mi sono beccata anche qualche schiaffone (del tutto meritato) ma ero e sempre sarò il suo orgoglio, quella che frequentava un liceo classico tra i più duri di Milano senza mai aver avuto un debito e che sapeva stare a tavola con i "grandi" a discutere mangiando tartufo e crostacei da quando aveva 2 anni.
Ho un solo rimpianto: non essere riuscita a prendere in tempo una decisione sul mio futuro e a dargli un'idea di quello che sarei diventata una volta adulta.
Pensandoci meglio però questo rimorso non ha ragione di esistere dal momento che mi conosceva meglio di chiunque altro e sicuramente avrà avuto un'idea precisa di quello che sarei stata "da grande".
Io non lo so ancora, il panico da maturità convive ancora con il dubbio sull'università da frequentare ma sono sicura che il mio futuro corrisponderà alla sua previsione.
Previsione che non mi avrebbe mai e poi mai confidato per paura di influenzare la mia scelta che voleva fosse completamente libera e personale. Diventi grande quando perdi un genitore ma anche quando finalmente ammetti che "i tuoi genitori hanno sempre ragione"(o quasi).

2 commenti:

  1. Ciao Carlotta
    ho esitato un po' prima di decidermi a scrivere. Volevo solo dirti che ho avuto la fortuna di lavorare con il tuo papà per sei anni. Sorrido mentre leggo quello che dici su di lui, su come si definiva. Sorrido al pensiero delle litigate fatte sul lavoro, delle discussioni che spesso avevamo. Eppure ne conservo il ricordo di un grande signore. Tuo padre era un Signore di cui conservo un ricordo pieno di stima e rispetto.
    Ciao Carlotta
    Geraldine

    RispondiElimina