Eccoci qua. La mia piccola Polo caricata in stile profughi torna verso Olbia, guidata da mammina. Io, seduta dietro, dopo aver sbavato per un'oretta di sonno sulla valigia accanto a me, sento che è un buon momento per scrivere di questa avventura. Nel frattempo mio fratello cerca, per l'ennesima volta di convertirci alla sua musica techno con la complicità dell'autoradio. Faccio la sorella figa che apprezza ma quando non mi sente canticchio Anna Oxa.
Vacanza strana, quella appena trascorsa. Una vacanza, condivisa con altre famiglie, con le quali confonti, inevitabilmente, la tua. In fondo la tua famiglia senza un papà la senti come amputata, anche se hai vent'anni. E anche dopo due anni hai lo sfrontato coraggio di immaginare come sarebbe ogni momento se non fosse successo nulla.
Lo fai continuamente e quando stai per scambiare il sano ricordo di una persona speciale con una qualche forma di autocommiserazione, incroci due occhi così profondi da metterti in soggezione: quelli di chi ha capito come stai senza che tu facessi o dicessi nulla. Quelli di chi deve solo sfiorarti con lo sguardo per farti comprendere perché è valsa la pena andare avanti fino ad ora e non mollare davanti a un destino che non ci ha voluto bene.
Le persone così hanno avuto e forse hanno ancora più problemi di te e li affrontano alcuni nel modo migliore, alcuni piuttosto maldestramente. Il loro valore sta nella consapevolezza dell'esistenza e della realtà dei problemi e nella loro sensibilità nell'individuare quelli degli altri, che per le persone ordinarie non superano il "poverino" pronunciato alla notizia di una disgrazia.
Grazie a uomini e donne di questa fattura la mia permanenza qui è stata così ristoratrice. Per il corpo, anche grazie all'ingerimento di ogni pietanza e bevanda caratteristica su consiglio di un sardo DOC e del mio infallibile istinto di golosa. Per la mente, avendo avuto tempo per riflettere e ancora di più per comunicare con chi le mie idee voleva sentirle da tempo.
A Pula, per la prima volta nella mia vita, non lascio una cotta estiva, le conchiglie che non posso mettere in valigia o la poca voglia di studiare, tra Is Molas e Chia lascio un pezzettino della vecchia Carlotta, quella che si dichiarava troppo impegnata per prendere delle decisioni. E rimandava agli altri la responsabilità di ogni sua (mancata) azione.
Questo soggiorno sardo l'ho trascorso, contro ogni previsione, per la maggior parte in barca: prima con amici che hanno attraccato nella baia di Nora e che ci hanno ospitato per un aperitivo con vista della processione della Madonna a Ferragosto, (un'esperienza che auguro a tutti, l'atmosfera era talmente magica da far apprezzare alla cinica sottoscritta anche i fuochi artificiali) e per un'uscita a cala Zafferano, dove l'acqua ha un colore irreale. In seguito sono stata gentilissimamente ospitata a Villasimius dove, oltre ad avere avuto la fortuna di potermi risvegliare con un mattutino bagno solitario a Punta Molentis (altro posto con acqua degna di una piscina da Leading Hotel) ho scoperto che i moli sono un po' come dei condomini, che non vedrete mai tanto podisti come in un porto ("Poi faccio rada e non corro per tre giorni, accidenti"), che i velisti menosi fanno gli snob davanti alle barche a motore. Il tutto condito dalla presenza di Carlo, il capitano della barca, rinominato Carlo Minchia, soprannome di cui lui è molto fiero, per le sue perle degne di Franco Minchia (se non lo conoscete cercatelo su Facebook) come "l'aipedde" per iPad e "le fimmine serie come a tté non divertono" , che mi ha soprannominata "Bonsai" in onore delle mie dimensioni.
Credo di non aver mai riso come a prua di quella barca assistendo ai racconti del mio amico Ale sulle sue avventure pseudo-sentimentali e i commenti di Paolo, l'armatore della barca, su ogni particolare della narrazione. A bordo infine c'era Mila, una delle poche ragazze con le quali mi è bastato un sorriso per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d'onda.
La vera vacanza è poter parlare di tutto. La vera vacanza è azzerare gli sforzi per correggere quello che sei.
Più che il mal di terra ho il mal di questa terra, il mal di Sardegna me lo porto fino a Milano.

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