Senza un apparente motivo eccomi a cercare di non affogare in quello che si definisce un periodo orribile, con una solitudine che da scelta si è trasformata in un'imposizione del destino e la consolidata abitudine di incontrare quotidianamente la maleducazione in tutte le sue personificazioni. E qui ci starebbe una parolaccia, ma salviamo almeno le apparenze.
Chi dichiara di odiare l'atmosfera natalizia cercando di convincermi di quanto sia superiore ai comuni mortali come me che sognano lucine, caminetti e di addobbare l'albero con qualcuno di speciale, magari non la mamma, non riesce comunque a turbarmi quanto le migliaia di coppiette che si riversano sulle strade in cerca di regali e che a quanto pare appena si prendono per mano perdono instantaneamente la facoltà di deambulare in modo intelligente.
E' tra di loro che cammino, o meglio, corricchio nei miei stivali di Miu Miu, recuperati su una bancarella di via Fauchè, alle 18 di mercoledì 12 dicembre. La mia amica troppo fiduciosa nelle mie doti di socialite mi ha invitata a recarmi in Corso Como 10 per un cocktail di inaugurazione di una mostra di scarpe di Sergio Rossi ispirata al movimento artistico Memphis Milano. Inutile dire che ho dovuto googlare Memphis.
Visto che non sono figa per davvero, nonostante per l'occasione abbia scomodato Romeo Gigli, Gucci e un gilet di volpe argentata, prima di passare a prendere in ufficio colei che mi sta iniziando agli eventi mondani, mi tocca passare dal dentista a ritirare il mio, si spera, ultimo apparecchio per i denti. L'assistente di poltrona, che mi conosce da quando avevo 8 anni, rimane sconvolta nel vedermi pettinata e truccata.
Con uno stupendo scatolino di plastica giallo fosforescente in borsa e negli auricolari "città vuota" di Mina per far finta di essere Laetitia Casta dolceegabbanizzata, riprendo la mia corsa verso Corso Venezia 30 dove recupero una fanciulla sommersa di lavoro con la quale prendo un taxi verso la nostra destinazione finale.
Emozione: all'entrata scopro che non sono un "più uno" ma un nominativo, che, guarda un po' finisce in "gni" come Ferragni. La padrona di casa, Carla Sozzani mi arriva poco oltre il gomito, misurazione resa facilmente possibile dalla mancanza di tacchi in entrambe. Quando mi distraggo dalla contemplazione delle quattro paia di scarpe e dei due vasi per i quali è stata montata tutta la serata noto però che la sorella della nostra Anne Wintour indossa nientemeno che delle calze color carne. Non credevo fosse possibile. Insieme agli alchechengi e all'abitudine di non dire grazie, le calze color carne sono una delle poche cose del mondo che proprio non mi piacciono. E non dovrebbero piacere neanche alla Carla. Piuttosto i geloni nelle Laboutin.
Mentre sono intenta a sorseggiare un kir in un bicchiere a fantasia calcarea mi guardo intorno: sedicenti fashion bloggers vestite al buio: presenti. Uomini dai ciuffi chilometrici: presenti. Donne nel cui volto è impossibile scorgere un'età? Presentissime.
Voi vi siete mai accorti del fatto che agli uomini del mondo della moda sia permesso di essere in sovrappeso? Io ci ho pensato ieri sera, sarà stato merito del kir, o del calcare e non ho potuto fare a meno di constatare l'ingiustizia della cosa.
Il clima non è frizzantissimo e dopo un po' di chiacchiere, il mio incontro dei sogni, con Ildo Damiano, e la constatazione del fatto che da vicino tutti sembrano decisamente più umani, e più rifatti, io e la mia guida mondana decidiamo di darcela a gambe verso una cena, non proprio adatta a delle donne di moda, a base di hamburger e patatine. Ma prima sogniamo un po' tra i cartellini a tre zeri dello store di Corso Como 10, e confrontiamo la mia Balenciaga finta con quelle vere, senza in realtà constatare troppe differenze.
Appena prima di uscire incrocio un amico che si lascia scappare un "Mmmh, figa!" che dà un senso ai miei sforzi per avvicinarmi allo stile Sex & the City: l'autostima ringrazia, da mo-ri-re.
Giochiamo a rimbalzare i venditori di rose e gli amanti delle pick-up lines patetiche e dopo un Negroni dopo-cena siamo pronte a sfrecciare a casa per la mezzanotte come delle Cenerentole, solo che noi non siamo proprio capaci di perdere le scarpe, come d'altronde tutte le donne vere.
giovedì 13 dicembre 2012
giovedì 22 novembre 2012
ma dove vai bellezza in bicicletta
La routine è ormai pienamente invernale: siamo più vicini alla fine di novembre piuttosto che al suo inizio, e per il mondo del commercio è anche già Natale, accidenti.
Le amiche efficienti ti mettono ansia presentandoti le loro splendide decorazioni per la casa mentre ti chiedono quali saranno i tuoi programmi per le feste. Non hai il coraggio di confessare che casa tua non ha ancora del tutto metabolizzato le caramelle e le zucche di Halloween e che tu, alle vacanze invernali, non ci avevi proprio pensato. Fingi disinvoltura glissando l'argomento alberi e pungitopo e dando la colpa della tua negligenza in fatto di Christmas holidays all'indecisione di qualcun altro che proprio non sa decidere se sciare o no.
Le temperature scendono, qualcuno è già intento a montare addobbi e noi ciclisti milanesi aggiungiamo un paio di guanti caldi alla nostra attrezzatura. I miei sono arrivati oggi, Sermoneta blu elettrico, grazie nonna.
Più ci si avvicina a dicembre sempre più persone in psicosi da freddo decidono di prendere l'automobile per spostarsi, mica che uno spiffero li raggiunga. Questo comporta il fatto che noi pedalanti abbiamo più persone da superare col sorriso mentre sono in coda a lamentarsi del traffico, quando il traffico sono proprio loro. Noi, oltre a non avere bisogno di benzina e a non avere problemi di parcheggio, ci scaldiamo da soli, muovendoci e magari bruciando anche un paio di calorie, nessun posto è "troppo lontano".
L'azione del pedalare dev'essere in qualche modo collegata ai muscoli del viso che contribuiscono all'esternazione della beatitudine e, a parte quando si è in un ritardo disperato, i ciclisti hanno stampata in faccia l'espressione opposta a quella degli automobilisti, guardatevi nello specchietto.
Guardate i ciclisti, contate quanti di loro sono fighi, fate una media: non vorreste essere uno di loro? Automobilisti maschi guardate quella ciclista, ops vi è appena sfrecciata accanto e ora sta superando tutta la coda davanti a voi, non vorreste inseguirla e poter attaccare bottone con la stupida scusa di un complimento a proposito dei fiori che ha sul cestino?
Automobiliste donne lo so al semaforo siete rimaste ipnotizzate dalle gambe tornite che si intravedono sotto l'abito di sartoria di quel fanciullo che su una vecchia Bianchi sta andando a lavorare, beh affari vostri il vostro Tuareg non riuscirà ad affiancarlo degnamente al prossimo stop.
Io non ero un tipo da bici, mai stata. Ho cominciato a pedalare perché secondo mio padre avrei preso le misure per poi muovermi col motorino. Risultato: dopo qualche mese di motorino, come regalo di compleanno ho chiesto una bicicletta nuova per andare in università, e il mezzo motorizzato è nel box per le emergenze (e per mia mamma che ogni tanto zitta zitta lo frega).
Le prime volte che ti trovi a pedalare per una distanza considerevole fai una fatica porca, maledici la tua idea senza senso di fare la radical-chic e la sera hai male a ogni muscolo, non solo delle gambe. Ma, chissà perché, sulla bici ci risali e ci risali e ci risali finché non fai più fatica, non sudi, riesci a inseguire chiunque.
E la tua idea di pedalare farà venire voglia di essere benzina-indipendente anche a qualcun altro, che a sua volta verrà visto da un altro e... Vi ho dato un'idea per un regalo di Natale?
Le amiche efficienti ti mettono ansia presentandoti le loro splendide decorazioni per la casa mentre ti chiedono quali saranno i tuoi programmi per le feste. Non hai il coraggio di confessare che casa tua non ha ancora del tutto metabolizzato le caramelle e le zucche di Halloween e che tu, alle vacanze invernali, non ci avevi proprio pensato. Fingi disinvoltura glissando l'argomento alberi e pungitopo e dando la colpa della tua negligenza in fatto di Christmas holidays all'indecisione di qualcun altro che proprio non sa decidere se sciare o no.
Le temperature scendono, qualcuno è già intento a montare addobbi e noi ciclisti milanesi aggiungiamo un paio di guanti caldi alla nostra attrezzatura. I miei sono arrivati oggi, Sermoneta blu elettrico, grazie nonna.
Più ci si avvicina a dicembre sempre più persone in psicosi da freddo decidono di prendere l'automobile per spostarsi, mica che uno spiffero li raggiunga. Questo comporta il fatto che noi pedalanti abbiamo più persone da superare col sorriso mentre sono in coda a lamentarsi del traffico, quando il traffico sono proprio loro. Noi, oltre a non avere bisogno di benzina e a non avere problemi di parcheggio, ci scaldiamo da soli, muovendoci e magari bruciando anche un paio di calorie, nessun posto è "troppo lontano".
L'azione del pedalare dev'essere in qualche modo collegata ai muscoli del viso che contribuiscono all'esternazione della beatitudine e, a parte quando si è in un ritardo disperato, i ciclisti hanno stampata in faccia l'espressione opposta a quella degli automobilisti, guardatevi nello specchietto.
Guardate i ciclisti, contate quanti di loro sono fighi, fate una media: non vorreste essere uno di loro? Automobilisti maschi guardate quella ciclista, ops vi è appena sfrecciata accanto e ora sta superando tutta la coda davanti a voi, non vorreste inseguirla e poter attaccare bottone con la stupida scusa di un complimento a proposito dei fiori che ha sul cestino?
Automobiliste donne lo so al semaforo siete rimaste ipnotizzate dalle gambe tornite che si intravedono sotto l'abito di sartoria di quel fanciullo che su una vecchia Bianchi sta andando a lavorare, beh affari vostri il vostro Tuareg non riuscirà ad affiancarlo degnamente al prossimo stop.
Io non ero un tipo da bici, mai stata. Ho cominciato a pedalare perché secondo mio padre avrei preso le misure per poi muovermi col motorino. Risultato: dopo qualche mese di motorino, come regalo di compleanno ho chiesto una bicicletta nuova per andare in università, e il mezzo motorizzato è nel box per le emergenze (e per mia mamma che ogni tanto zitta zitta lo frega).
Le prime volte che ti trovi a pedalare per una distanza considerevole fai una fatica porca, maledici la tua idea senza senso di fare la radical-chic e la sera hai male a ogni muscolo, non solo delle gambe. Ma, chissà perché, sulla bici ci risali e ci risali e ci risali finché non fai più fatica, non sudi, riesci a inseguire chiunque.
E la tua idea di pedalare farà venire voglia di essere benzina-indipendente anche a qualcun altro, che a sua volta verrà visto da un altro e... Vi ho dato un'idea per un regalo di Natale?
domenica 18 novembre 2012
accidenti
Non vi sembra mai che la vita vi stia prendendo per il culo? Io vivo con questa convinzione.
Perdi delle ore per escogitare un metodo per sembrare più avvenente e poi una simpatica giornalista affida a una sfigurata Valeria Marini il compito di istruirti nell'arte della seduzione. Accendendo la tv scopri che le autorità in fatto di stile sono un organizzatore di matrimoni pacchiani e una nana platinata che a cinquant'anni indossa i calzini risvoltati della comunione oppure un cetaceo di nero vestito con quattro peli arancio fosforescente ritti in testa, rispettivamente Enzo, Carla e Giusi Ferrè.
In questo strano mondo le persone hanno migliaia di amici, ma sono sempre da sole.
Molti cercano l'amore sui social network, quelli che si sentono un po' più fighi lo fanno in discoteca e "Oh ma quanto sei alta" o una manata su una chiappa sono considerati un valido approccio per conquistare l'attenzione di una donna.
Se uno ha letto qualcosa oltre al sussidiario è un miracolato, se lo dichiara viene snobbato dalla maggior parte degli under 25, che non sa di cosa stia parlando.
Le pubblicità dei profumi si fanno veicolo di messaggi filosofici o di prese per il culo nei confronti del povero George Clooney, Fabio Volo "conosce le donne", le fashion blogger in ogni foto sembrano sempre essere reduci da una caduta nell'armadio, al buio, con conseguente avvoltolamento in una tenda con conseguente topicco in una scarpa sadomaso.
Evito l'argomento classe politica, incidenti diplomatici e affini, volutamente.
Se te la do sono una zoccola, se non te la do "mamma mia che suorafigadilegno". Se ricevi un mio messaggio sono la pressa che dopodomani vuole sposarsi, il riso, la casa, i bambini, aiuto, se non ti scrivo sono una stronza che se la tira. E idem pensiamo noi dei messaggi dei maschi.
In tutti i film come Friends with benefits che parlano dell'incompatibilità della mentalità maschile con quella femminile e, inevitabilmente, del sesso senza amore alla fine i due (strafighi) si amano.
Ambra Angiolini e i suoi occhi da trota finiscono a letto con un sacco di fighi (ma c'è da dire che in un film per contrappasso si becca pure Valentino Picone).
Le persone si lasciano perché si amano troppo, si tradiscono ma si amano, se ti dicono che qualcuno ha "dei begli occhi" questo è un cesso.
In ogni momento preghi di non fare la minima figura di merda, ogni sera dopo le preghiere implori una crescitina di tette e poi Rory Gilmore e Lizzie McGuire cuccano più di te.
Vaffanculo, ecco l'ho detto.
lunedì 29 ottobre 2012
brutti e pupe
La questione è una sola: la mia università è frequentata da troppe belle ragazze, il che non è propriamente propedeutico al mantenimento in vita della mia già acciaccata autostima. Le due amiche con cui giro per i chiostri? Due schianti biondi che hanno già provocato un gran numero di torcicolli tra i frequentanti maschi (o presunti tali) dell'ateneo. Lusinghiero che non si vergognino a portarsi in giro la sottoscritta (sarò mica un pizzico figa anche io?) ma non posso non essere terrorizzata dall'idea, o meglio dalla certezza, che attireranno l'attenzione anche di mr camicia stirata, oggetto dei miei sguardi sognanti nonché protagonista dei miei sogni romantici tra una derivata e l'altra. Ma loro sono troppo belle anche per lui.
Ogni mattina per quanto io mi senta carina mentre pedalo nel tragitto da casa all'università, appena giunta in Sant'Agnese tutte le mie convinzioni su quanto sono dimagrita, su quanto mi stia bene la frangia, su quanto efficientemente questo nuovo vestito mi nasconda i fianchi, crollano inesorabilmente davanti a una folla di per lo più bionde fanciulle dai lineamenti fini dotate di borse griffate coordinate alle scarpe. Sembrano aspettarmi, ogni giorno, schierate sempre nella medesima formazione per ricordarmi i canoni di bellezza ricercati da ogni ventenne di questo mondo, grazie care, gentilissime.
Una frangia spettinata e un nasone fanno innamorare solo nei film francesi indipendenti e Louis Garrel non bazzica propriamente in corso Magenta, accidenti.
Provo a decidere la sera prima che vestiti da indossare, stile elementari, nessun miglioramento ma almeno preparo anche la borsa e comincio a ricordarmi di prendere una bottiglietta d'acqua. Mi lancio nell'analisi di video tutorial su youtube per il make-up ma non oso mettere nulla in pratica consapevole di non avere particolare confidenza con l'oggetto trucco. L'idea di emulare chi coraggiosamente si reca a lezione con i tacchi non so perché ma non mi sfiora nemmeno. Nonostante i tentativi conditi di buona volontà non riesco ad ottenere risultati soddisfacenti e decido di confidare nel tempo, sperando di svegliarmi una mattina con il senso estetico di Rachel Zoe e l'abilità manuale di Clio. Nel frattempo rimango spettinata, un po' sgraziata ma il più possibile sorridente, in fondo se sei bella dentro si vede dai denti (sorridi). E a pensarci bene la bellezza interiore anche è l'unica universalmente riconosciuta, meglio lavorarci su.
Ogni mattina per quanto io mi senta carina mentre pedalo nel tragitto da casa all'università, appena giunta in Sant'Agnese tutte le mie convinzioni su quanto sono dimagrita, su quanto mi stia bene la frangia, su quanto efficientemente questo nuovo vestito mi nasconda i fianchi, crollano inesorabilmente davanti a una folla di per lo più bionde fanciulle dai lineamenti fini dotate di borse griffate coordinate alle scarpe. Sembrano aspettarmi, ogni giorno, schierate sempre nella medesima formazione per ricordarmi i canoni di bellezza ricercati da ogni ventenne di questo mondo, grazie care, gentilissime.
Una frangia spettinata e un nasone fanno innamorare solo nei film francesi indipendenti e Louis Garrel non bazzica propriamente in corso Magenta, accidenti.
Provo a decidere la sera prima che vestiti da indossare, stile elementari, nessun miglioramento ma almeno preparo anche la borsa e comincio a ricordarmi di prendere una bottiglietta d'acqua. Mi lancio nell'analisi di video tutorial su youtube per il make-up ma non oso mettere nulla in pratica consapevole di non avere particolare confidenza con l'oggetto trucco. L'idea di emulare chi coraggiosamente si reca a lezione con i tacchi non so perché ma non mi sfiora nemmeno. Nonostante i tentativi conditi di buona volontà non riesco ad ottenere risultati soddisfacenti e decido di confidare nel tempo, sperando di svegliarmi una mattina con il senso estetico di Rachel Zoe e l'abilità manuale di Clio. Nel frattempo rimango spettinata, un po' sgraziata ma il più possibile sorridente, in fondo se sei bella dentro si vede dai denti (sorridi). E a pensarci bene la bellezza interiore anche è l'unica universalmente riconosciuta, meglio lavorarci su.
domenica 28 ottobre 2012
senilità
Ebbene ho 19 anni, età ingrata in cui non si è ancora adulti ma si è più o meno superata l'adolescenza. Quando si diventa grandi? Forse quando si va a fare la spesa da soli, comprando anche ciò che serve a soddisfare le esigenze di qualcun altro, e ci si perde tra i corridoi di un supermercato sognando di tornare a riordinare il contenuto dei sacchetti in una casa tutta propria. Quando si fantastica di condividere la scelta dello yogurt con qualcuno, quando si comincia a meditare di fare la spesa dopo le sette per incrociare i complici sguardi di chi ancora non sa bene cosa gli riserveranno i prossimi anni ma che già decide autonomamente cosa mangerà per cena.
Diventiamo grandi quando dobbiamo gestire personalmente il cambio di stagione dell'armadio, quando parliamo di cosa vorremmo fare in un futuro che abbiamo capito appartenere solo a noi, quando ci accorgiamo che una mamma può non avere ragione e riusciamo a non farglielo notare.
Siamo un po' più cresciuti dopo aver tenuto in braccio un neonato, anche se quasi sconosciuto, così come quando fingiamo che non ne vorremo mai uno nostro.
Si diventa improvvisamente grandi nella constatazione della mortalità umana, si cresce nel capire che i propri genitori non sono dei supereroi. Si cresce quando si provano i tacchi della mamma di nascosto, quando si rompe qualcosa preso in prestito, quando si piange davanti ad un bambino.
Ci si accorge di essere un po' invecchiati quando si giura a se stessi di non credere nell'amore, ma ancora di più quando si impara ad apprezzare quel sano sfarfallio caratteristico di ogni apparato digerente.
Diventiamo grandi quando compriamo qualcosa con i soldi che ci siamo guadagnati, quando viaggiamo da soli, quando smettiamo di accontentarci. Quando riusciamo a comprendere un rifiuto e ogni volta che consigliamo a qualcuno di dire la verità. Quando scopriamo un tradimento, quando diciamo a qualcuno che andrà tutto bene senza ben capire se lo crediamo davvero.
Siamo grandi quando scegliamo di fare più fatica.
Ci sentiamo grandi ma non adulti, quel tipo di crescita non lo percepiremo mai.
Diventiamo grandi quando dobbiamo gestire personalmente il cambio di stagione dell'armadio, quando parliamo di cosa vorremmo fare in un futuro che abbiamo capito appartenere solo a noi, quando ci accorgiamo che una mamma può non avere ragione e riusciamo a non farglielo notare.
Siamo un po' più cresciuti dopo aver tenuto in braccio un neonato, anche se quasi sconosciuto, così come quando fingiamo che non ne vorremo mai uno nostro.
Si diventa improvvisamente grandi nella constatazione della mortalità umana, si cresce nel capire che i propri genitori non sono dei supereroi. Si cresce quando si provano i tacchi della mamma di nascosto, quando si rompe qualcosa preso in prestito, quando si piange davanti ad un bambino.
Ci si accorge di essere un po' invecchiati quando si giura a se stessi di non credere nell'amore, ma ancora di più quando si impara ad apprezzare quel sano sfarfallio caratteristico di ogni apparato digerente.
Diventiamo grandi quando compriamo qualcosa con i soldi che ci siamo guadagnati, quando viaggiamo da soli, quando smettiamo di accontentarci. Quando riusciamo a comprendere un rifiuto e ogni volta che consigliamo a qualcuno di dire la verità. Quando scopriamo un tradimento, quando diciamo a qualcuno che andrà tutto bene senza ben capire se lo crediamo davvero.
Siamo grandi quando scegliamo di fare più fatica.
Ci sentiamo grandi ma non adulti, quel tipo di crescita non lo percepiremo mai.
mercoledì 17 ottobre 2012
I'm a not-so-fashion blogger
Tra le mail a volte si trovano piacevoli sorprese, come un invito a un cocktail da Roger Vivier. Ci vado? Non ci vado? Ma poi io non so come ci si comporta a un cocktail.
Cosa mi metto? Ci si tacca o non ci si tacca? E' una cosa formale o bisogna far finta di essere passati da via Sant'Andrea 17 alle 19 di martedì 16 ottobre per puro purissimo fortuito caso?
Decido di rimandare all'ultimo momento ogni sega mentale preventiva e mi concentro sugli impegni del mio ordinario secondo giorno della settimana: qualche figura di merda in università, consegna dei documenti per l'abbonamento ai mezzi, pranzo al volo, ripetizioni di inglese a un ragazzino (e fu così che imparai a dire apparecchio e gomito in inglese), estetista prenotata ciccando di un'ora secca l'orario. Il tutto pedalando sulla mia splendida bici da sciuretta amica dell'area C, sperando che serva perlomeno alle chiappe.
Arrivo a casa, ovviamente spettinata e un po' indolenzita ma ahimè sono già le 18.30 e non ho il tempo (ma neanche le forze) di meditare un cambio di look degno dell'evento. Punto sulla tattica di quella che "è riuscita a fare un salto" e rimango vestita come Diane Keaton in Manhattan.
Mi do una spennellata di terra sulla faccia sperando di non avere un planisfero disegnato sulle guance, due colpi di spazzola alla frangia più o meno fresca di taglio e infilo i miei tronchetti supermaschili. Sono pronta, esco ed evito sapientemente di incrociare il mio riflesso nello specchio dell'ascensore perché so che non sarei soddisfatta di come sto.
Mi avvio verso la più vicina fermata della metropolitana risalendo come un salmone piuttosto sfigato la corrente di tifosi che accorre allo stadio per vedere la nazionale e dopo qualche minuto raggiungo il mio vagone. Ipod a palla, dopo solo due canzoni sono già arrivata, accidenti. Mi controllo nei vetri delle porte automatiche, dai la situazione non è poi così drammatica, fermata San Babila, eccoci.
Mentre mi avvicino alla mia destinazione mi ripeto le regole del galateo, cerco di ricordare le mie ultime dodici figure di merda fatte al fine di evitarne un bis gratuito e senza applausi, cerco di immaginare cosa mi attenderà. Mi sento come la tipa de Il diavolo veste Prada tra il prima e il dopo la cura de-sfigacizzante.
Arrivo e vengo accolta da una teatrale uscita nientemeno che di Simona Ventura della quale riesco a malapena a distinguere i connotati originari ma sono perfettamente in grado di sentirne la vocina richiedere un taxi dopo aver chiesto ai suoi, come definirli, collaboratori, scagnozzi, come mai fosse già "tutto finito".
Sono le 19.27 l'invito diceva "dalle 19 alle 21" mi sarò mica persa questo "tutto", avrò mica già toppato presentandomi in ritardo?
Mando un messaggio alla mia favolosa amica che ha voluto sopravvalutarmi invitandomi: sta uscendo solo ora dall'ufficio: la aspetto un paio di minuti e insieme a lei sono pronta ad entrare.
Si dispiega davanti a me un mondo fatato fatto di scarpe e borse di una fattura e di una bellezza quasi più uniche che rare. Tempo dodici secondi mi è già stato offerto dello champagne (Carlotta, concentrati, non rovesciare quel cazzo di bicchiere) e non esito un attimo a esplorare con lo sguardo tutto ciò che ho intorno.
Chi può indossa un paio di scarpe della casa, tanti sono agghindati per l'occasione. Io no, ma stranamente non ci penso più di tanto.
Riesco a scorgere Inès de la Fressange, unica sopra gli "anta" qua dentro che dimostra e vuole dimostrare la sua reale età, alta, altissima e di un'eleganza che attira gli sguardi di tutti. In primis il mio, e devo ricordarmi che fissare le persone non è un gesto particolarmente educato per convincermi a non guardarla continuamente.
Scorgo una fin troppo bionda e davvero oltre misura colorita Panicucci e una sorridentissima Lagerback che lascia il negozio salutando tutti come se li conoscesse da una vita, fantastica.
Ma sono consapevole fin da subito che il mio dichiarato vip-watching è super-out: qua tutti, o quasi, si comportano come se fossero loro i protagonisti indiscussi della serata e alla Inès al massimo fanno finta di tirare una disinteressata gomitata. Tra i vari soggetti scorgo una manciata di fashion bloggers o it-girls specie, ahinoi, in via d'espansione i cui esemplari sono riconoscibili dall'accostamento a minchia di gonne tartan e magliette a righe con calze a fiorellini abbinate a sandali sadomaso. Che stile.
Non posso non constatare che la maggior parte delle fanciulle presenti pesa più o meno come un mio polpaccio ma in fondo non è colpa mia, è che ho le ossa grosse.
Dopo non molto mi sono già ambientata, invitata da una delle ragazze più in gamba di cui conosco l'esistenza (la quale ho potuto rintronare con una chiacchieratona delle mie) imparo un sacco di cose nuove e incontro anche un amico che dopo l'evento mi propone un salto anche da Hermes. Chi sono io per dire di no alla presentazione di una nuova collezione di cravatte? Mi sa che ci ho preso gusto, ahia.
mercoledì 26 settembre 2012
100% matricola
Dopo "aver avuto 15 anni per 15 anni", ho finito il liceo anch'io.
Quello dell'università è il periodo più bello della vita di un individuo, non fanno che ripeterlo tutti, dagli amici di mammina al preside di facoltà, e un po' ci credo o ci voglio credere anch'io.
Niente più compiti e interrogazioni ma "esami", parola che ti fa sentire grande, figo, indipendente e un pizzico più vicino a quelli che tentano di abbordarti agli aperitivi pettinati infrasettimana chiedendoti "che lavoro fai?" solo per dirti che lavoro fanno loro (reggere le sorti dell'universo, ovviamente).
Esami che, a settembre, non spaventano ancora più di tanto.
Scuola nuova, Università Cattolica, cognome che comincia con una lettera che non è la stessa delle due persone frequentanti il mio stesso corso, economia e gestione, che conosco già. Panico iniziale.
Durante le pause, che paiono incontri di speed-dating, dalla mia solitaria postazione, appollaiata su una panchina a smanettare con whatsup, osservo incuriosita improbabili accoppiate uomo-donna, formatesi in seguito ad una maldestra gomitata di lei a lui tra gli strettissimi banchi di Sant'Agnese, intraprendere un percorso di conoscenza più approfondita.
Lui finge maturità e amore per la letteratura russa del diciannovesimo secolo, lei annuisce a bocca aperta mentre pensa a quanto ha assolutamente bisogno di una Louis Vuitton più grande.
Le ragazze sono poche ma la concentrazione di quelle carine è di certo superiore a quella dei ragazzi guardabili...O forse il nostro genere è semplicemente benedetto dalla possibilità di un sapiente uso del make-up? In tal caso Clio santa subito.
La maggior parte dei maschietti ha un taglio di capelli più studiato (e costoso) del mio, indossa magliette con scollo a V e scarpe griffate (no, non Nike), alcuni hanno anche più tette di me. Quasi dimenticavo i loro amati jeans nemici della circolazione, notevoli, devo dire, su chi è tanto largo quanto alto.
Per quanto riguarda le donne, qua se non hai le Hogan con i glitter non sei nessuno e la tua cartella deve essere logata minimo 15cmx15, un acquisto no logo non avrebbe avuto senso ma spiegarvi perché mi farebbe risultare davvero troppo acida (Jil Sander chi?) .
Ben presto noto che la mia penna a sfera e il mio quadernino risultano decisamente out: tutti si destreggiano con iPad e portatili di ultima generazione. A meno che Siri non possa anche scrivere e fare schemini come piace a me leggendomi nel pensiero, sono sicura bestemmierei alla terza freccetta che si autocancella col doppio click. E dopo due minuti comincerei a scrivere una pagina del mio diario segreto servendone su un piatto d'argento l'opportunità di lettura in diretta a quello in banco dietro di me.
Tutti hanno una missione: essere, o almeno apparire, strafighi, al massimo, perfetti, sicuri di sé. Ma a 19 anni si è ancora impacciati, goffi, sfigati e un po' bambini. Si è matricole, è la natura. E più si cerca di sembrare adulti e disinvolti, più si ottiene l'effetto contrario, non si va contro alla natura.
Quello dell'università è il periodo più bello della vita di un individuo, non fanno che ripeterlo tutti, dagli amici di mammina al preside di facoltà, e un po' ci credo o ci voglio credere anch'io.
Niente più compiti e interrogazioni ma "esami", parola che ti fa sentire grande, figo, indipendente e un pizzico più vicino a quelli che tentano di abbordarti agli aperitivi pettinati infrasettimana chiedendoti "che lavoro fai?" solo per dirti che lavoro fanno loro (reggere le sorti dell'universo, ovviamente).
Esami che, a settembre, non spaventano ancora più di tanto.
Scuola nuova, Università Cattolica, cognome che comincia con una lettera che non è la stessa delle due persone frequentanti il mio stesso corso, economia e gestione, che conosco già. Panico iniziale.
Durante le pause, che paiono incontri di speed-dating, dalla mia solitaria postazione, appollaiata su una panchina a smanettare con whatsup, osservo incuriosita improbabili accoppiate uomo-donna, formatesi in seguito ad una maldestra gomitata di lei a lui tra gli strettissimi banchi di Sant'Agnese, intraprendere un percorso di conoscenza più approfondita.
Lui finge maturità e amore per la letteratura russa del diciannovesimo secolo, lei annuisce a bocca aperta mentre pensa a quanto ha assolutamente bisogno di una Louis Vuitton più grande.
Le ragazze sono poche ma la concentrazione di quelle carine è di certo superiore a quella dei ragazzi guardabili...O forse il nostro genere è semplicemente benedetto dalla possibilità di un sapiente uso del make-up? In tal caso Clio santa subito.
La maggior parte dei maschietti ha un taglio di capelli più studiato (e costoso) del mio, indossa magliette con scollo a V e scarpe griffate (no, non Nike), alcuni hanno anche più tette di me. Quasi dimenticavo i loro amati jeans nemici della circolazione, notevoli, devo dire, su chi è tanto largo quanto alto.
Per quanto riguarda le donne, qua se non hai le Hogan con i glitter non sei nessuno e la tua cartella deve essere logata minimo 15cmx15, un acquisto no logo non avrebbe avuto senso ma spiegarvi perché mi farebbe risultare davvero troppo acida (Jil Sander chi?) .
Ben presto noto che la mia penna a sfera e il mio quadernino risultano decisamente out: tutti si destreggiano con iPad e portatili di ultima generazione. A meno che Siri non possa anche scrivere e fare schemini come piace a me leggendomi nel pensiero, sono sicura bestemmierei alla terza freccetta che si autocancella col doppio click. E dopo due minuti comincerei a scrivere una pagina del mio diario segreto servendone su un piatto d'argento l'opportunità di lettura in diretta a quello in banco dietro di me.
Tutti hanno una missione: essere, o almeno apparire, strafighi, al massimo, perfetti, sicuri di sé. Ma a 19 anni si è ancora impacciati, goffi, sfigati e un po' bambini. Si è matricole, è la natura. E più si cerca di sembrare adulti e disinvolti, più si ottiene l'effetto contrario, non si va contro alla natura.
Iscriviti a:
Post (Atom)
